L’integrazione passa dalla media literacy dei migranti

10 dicembre 2018 • Giornalismi, Più recenti • by

Photo 3: Critical media literacy through making media, Ithaka 2018. Photo: MMM

In molti paesi Europei i richiedenti asilo vengono generalmente dipinti come “gli altri” e spesso vengono loro concessi un accesso e una presenza limitati per quanto concerne i mezzi d’informazione. Combattere gli stereotipi sui rifugiati nei media e coinvolgerli nella creazione della loro stessa immagine mediatica è una grande sfida. Tuttavia, ci sono persone che stanno cercando di cambiare questa situazione. Un gruppo di ricercatori di ambito mediatico con base nei Paesi Bassi, in collaborazione con Ithaka ISK, una scuola olandese che offre corsi di transizione internazionale ha lanciato un programma chiamato “Media literacy through making media”. Lo scopo dell’iniziativa è mostrare ai rifugiati come elaborare i lori propri contenuti mediatici online, in modo da rendere queste persone in grado di creare servizi su loro stessi e di curare la propria immagine. Per raggiungere questo obiettivo Sanne Sprenger, Ena Omerović, Hemmo Bruinenberg e Koen Leurs, che lavorano per il dipartimento di Media e Culture studies all’Università di Utrecht, hanno istruito degli insegnanti e 150 studenti rifugiati, con un’età compresa tra i 12 e i 18 anni, sulle tecniche di produzione dei media visivi nel corso del loro progetto di alfabetizzazione mediatica per due volte nel corso degli ultimi due anni.

Verso una formazione migliore sull’alfabetizzazione mediatica
“Tutto è iniziato quando una scuola ci ha contattati perché gli insegnanti non erano soddisfatti dei programmi di alfabetizzazione mediatica offerti nei Paesi Bassi. I curricula a disposizione erano principalmente incentrati sull’informare gli studenti dei rischi legati all’utilizzo dei media digitali e sui pericoli del ‘sexting’, con minore attenzione rivolta ai possibili modi stimolanti e produttivi di impiegare i media”, afferma Leurs, raggiunto dall’Ejo. I direttori della scuola avevano anche osservato come ogni studente rifugiato possedesse un telefono cellulare: non erano sicuri di come integrarli nella loro prassi pedagogica, però volevano includere questi dispositivi nel curriculum e renderli parte della formazione.

Critical media literacy through making media, Ithaka 2018. Photo: MMM

Il nuovo curriculum è stato sviluppato in collaborazione con studenti e insegnanti e i piani di studio sono stati rivisti nel corso degli ultimi due anni. Il team ha cercato di stilare una lista di quale genere di formazione i rifugiati avrebbero trovato rilevante e interessante. Secondo Leurs, c’era un grande interesse nella produzione dei media e nel capire come funziona il sistema mediatico. Optando per un approccio di “trial and error”, il programma ha poi istruito gli studenti ad andare “sul campo” e realizzare le proprie storie, video o video blog. Un altro obiettivo era mostrare agli studenti come funziona la persuasione narrativa, in aggiunta ad altre abilità tecniche come l’illuminazione, la composizione e l’inquadratura degli scatti e come lavorare con l’audio. I compiti includevano esperimenti sulla privacy: gli studenti erano invitati a consegnare i loro telefoni ai compagni di classe per discutere di quali app e contenuti avrebbero reso accessibili e quali avrebbero voluto mantenere personali; hanno creato nuove storie combinando foto selezionate dai loro smartphone; hanno creato dei notiziari; e hanno realizzato spot pubblicitari e video propagandistici.

“Le nostre istruzioni erano molto concise e invitavamo i giovani a sperimentare. Li abbiamo lasciati decidere quale sarebbe stata una buona location per condurre un’intervista e chi gli sarebbe piaciuto intervistare. Siccome la scuola si trovava in un centro commerciale, gli studenti potevano andar fuori e intervistare proprietari di negozi e autisti di autobus sulla vita di tutti i giorni nei Paesi Bassi”, ci racconta Koen Leurs a proposito dell’approccio dei ricercatori. Inoltre, gli studenti venivano istruiti su come diventare vlogger per raccontare le loro storie e condividere le loro esperienze di vita, le loro passioni e i loro sogni. Hanno imparato a raccontare le loro attività quotidiane come musica e sport. Oltre a queste abilità pratiche, il programma ha cercato di sviluppare le capacità analitiche degli studenti e la loro abilità di pensare criticamente, mostrando loro le tecniche utilizzate nella pubblicità e nei video persuasivi.

Critical media literacy through making media, Ithaka ISK 2017. Photo: MMM

Come può l’educazione all’alfabetizzazione mediatica digitale emancipare i rifugiati?
Secondo l’opinione di Leurs, l’educazione all’alfabetizzazione digitale può permettere ai rifugiati di esprimere le loro difficoltà e combattere gli stereotipi comuni su di loro a vari livelli. Per esempio, gli studenti hanno imparato a capire come e perché certi messaggi vengono creati e perché i notiziari utilizzano certe definizioni per attirare l’attenzione del pubblico attraverso storie sensazionali, estreme o stereotipiche. Secondo Leurs e il suo team, mostrare agli studenti rifugiati come condividere i loro interessi personali e talenti permette loro di presentarsi come normali concittadini – ciò consente loro di combattere anche gli stereotipi che vengono generalmente promossi dai media tradizionali.

Insegnare ai rifugiati l’alfabetizzazione mediatica ha tuttavia un altro effetto: mostra agli studenti una strada da seguire. Leurs e i suoi colleghi hanno ben presto realizzato che molti di loro mostravano un grande interesse nel campo della produzione mediatica. Alcuni in seguito hanno voluto approfondire temi come graphic design e fotografia, mentre altri hanno espresso l’interesse di diventare vlogger. Il programma offriva anche qualche aiuto pratico a tale proposito: insieme ai ricercatori, i rifugiati hanno realizzato in forma video i loro personali cv che li hanno poi aiutati a ottenere un lavoro. Altri li hanno sfruttati con successo per candidarsi in un’università.

Infine, nonostante il programma di educazione all’alfabetizzazione mediatica sia orientato verso i media visivi, questo fa parte di un corso di formazione linguistica e gli studenti hanno oltretutto ampliato rapidamente il loro vocabolario. Attraverso un’intensa formazione linguistica, le relazioni di potere all’interno delle famiglie dei rifugiati possono essere modificate. Dato che i bambini apprendono competenze linguistiche e conoscenze culturali più rapidamente dei loro genitori che frequentano spesso corsi meno intensivi, diventano “intermediari linguistici” e “portavoce” delle loro famiglie e fanno da tramite tra i loro genitori e medici, fornitori di servizi e funzionari governativi. In fin dei conti, non sono solo gli studenti a trarne beneficio, ma anche le loro famiglie.

Il team ha pubblicato un paper di ricerca basato sulle loro esperienze con il corso intitolato “Critical media literacy through making media: A key to participation for young migrants?” Che può essere letto qui, sull’European Journal of Communication Research.  Il team cura anche un blog su questo sito: https://mmm.sites.uu.nl/
Articolo tradotto in italiano da Claudia Aletti

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