“Slow down” dell’informazione

22 marzo 2011 • Digitale, Giornalismo sui Media • by

Corriere del Ticino, 22.03.2011

Nell’era di internet e della bulimia informativa, delle notizie e delle immagini  a tutte le ore, da ogni angolo del mondo, tramite ogni tipo  di supporto, gli eventi del Maghreb, della Libia e del Giappone stanno dando delle importanti lezioni di giornalismo. Lezioni che per il bene e il futuro dell’informazione, sia essa digitale, su video o su carta è importante raccogliere. Al fine di trovare il giusto equilibrio tra tradizione e innovazione,  senza dimenticare la prima e osannare troppo la seconda.

Perchè se è vero che il web e le nuove tecnologie offrono potenziali, dall’altro è anche vero che la tecnologia non è l’abc del giornalismo, internet e i suoi infiniti strumenti non sono la Bibbia. Sono strumenti, appunto, al servizio di chi l’informazione la fa per mestiere.

Ben vengano dunque esperimenti come quello del giornale inglese Guardian che  ha scelto di raccontare la crisi in Nord Africa tramite una cartina interattiva che con un click sui singoli paesi, ad esempio la Tunisia, permette di visualizzare e seguire in tempo reale i “tweet”, messaggi a meno di 140 caratteri, scritti da chi vive in quella zona. Un’iniziativa efficace che però costituisce solo un complemento ai reportage e alle notizie dall’estero degli inviati del giornale. Senza i quali un giornalismo di qualità, che non si limita a riportare gli eventi, ma li spiega, li contestualizza, li approfondisce, non è possibile. Eppure negli ultimi due anni a causa della crisi economica e della concorrenza del web, si è pensato il contrario. Molte grandi testate internazionali e locali hanno ridotto, se non eliminato, inviati e redazioni estere, così come lo spazio dedicato alle notizie internazionali sul giornale. Sono stati gli eventi di queste ultime settimane, la notizia dei quattro giornalisti del New York Times dispersi in Libia a ricordarcene l’importanza.

Certo c’è il problema dei costi. Il Globalpost.com ad esempio, una testata di informazione americana solo online per le notizie e i reportage dal mondo, oltre ad un team di 50 corrispondenti si avvale di 125 giornalisti free-lance dislocati in diverse regioni del mondo che vengono pagati a pezzo.

Se questa possa essere la soluzione, insieme alle potenzialità dei social media, Richard Sambrook, ex direttore di “Global News” della BBC, non sa dirlo. Quello che però conferma il suo studio pubblicato dall’Università di Oxford è l’indispensabilità della figura dell’inviato, il suo ruolo per nulla “ridondante” ma cruciale nel creare ponti tra culture diverse,  nel raccontare e far comprendere gli eventi a chi li segue da lontano. E se il ruolo dell’inviato conta, conta anche l’atteggiamento dei media in situazioni di crisi come quella in Giappone. Un atteggiamento troppo spesso orientato alla spettacolarizzazione, guidato dalla frenesia dell’ultimo aggiornamento, spesso effimero, ma che, sostituito da altri titoli a sensazione, genera ansia nel lettore. Un atteggiamento che, alla lunga, genera assuefazione alle notizie per cui lo spettatore o il lettore di fronte ai reattori in fiamme di Fukushima al quarto giorno non batte ciglio.

E’ questa l’informazione moderna?

O forse dovremmo rallentare tutti un po’, prenderci il tempo da un lato di scrivere e di analizzare le notizie, incoraggiando il lettore a essere più riflessivo, magari davanti ad una tazza di caffè, perchè alla fine  possa farsi strada un pensiero compiuto, un’emozione profonda, una riflessione critica fondata. E non un frammento nebuloso di realtà a 140 caratteri che nasce e muore in un tweet.

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