Come la direttiva UE sul Copyright potrebbe attaccare la libertà d’espressione

26 novembre 2018 • In evidenza, Media e Politica • by

CC BY 2.0 – Pixabay

Il Parlamento europeo ha approvato a settembre, in seconda lettura, la proposta di una nuova direttiva sul copyright. L’obiettivo di questi provvedimenti sembrerebbe abbastanza semplice: aggiornare le norme esistenti in materia di diritto d’autore in un’era in cui i cambiamenti tecnologici avvengono a una velocità incredibile. L’effetto, tuttavia, potrebbe essere opposto rispetto ciò che i legislatori vorrebbero ottenere: le due proposte più controverse della direttiva comportano esplicitamente delle limitazioni alla libertà di espressione, nonostante vengano presentate come semplici regolazioni dell’equilibrio tra industrie culturali e imprese tecnologiche. La prima proposta, inclusa nell’Articolo 11 del testo, mira ad obbligare le piattaforme come Google a pagare gli editori quando linkano i loro contenuti, ad esempio su Google News. La seconda proposta, inclusa invece nell’Articolo 13, mira a istituire dei filtri per garantire che i contenuti generati dagli utenti e caricati su piattaforme come YouTube non violino la legge sul copyright.

Obbligare Google a pagare gli editori non funzionerà
Obbligando i motori di ricerca come Google a pagare, gli editori (che si sono schierati a favore della nuova direttiva) sperano di impedir loro di guadagnare sfruttando i contenuti creati da altri (cioè dagli editori stessi). La logica che sta dietro a tutto questo è semplice: l’ambizione di ogni editore è che i lettori consumino le notizie direttamente dal proprio sito web, perché solo attirando del pubblico sulle proprie pagine si può far soldi con la pubblicità. Tuttavia, se la “link-tax” proposta possa funzionare è un’altra questione. Agli utenti piace sempre di più ricevere notizie attraverso i social network o i servizi di messaggistica come WhatsApp. Inoltre, i precedenti tentativi di costringere Google a pagare non sono andati a buon fine. Germania e Spagna, ad esempio, avevano già implementato degli emendamenti alle loro leggi nazionali sulla proprietà intellettuale prima che si raggiungesse l’accordo sulla nuova direttiva. Il risultato però è stato discutibile. In Spagna Google ha semplicemente chiuso Google News –a scapito dei media. La nuova direttiva poi non risolverà i problemi di emittenti ed editori disperatamente in cerca di un nuovo modello di business. Inoltre, le nuove regolazioni potrebbero anche avere un effetto devastante sulla democrazia. Se le notizie ad opera di testate professionali sono più difficili da trovare, gli utenti potrebbero essere tentati di ricorrere ad altre, più dubbie fonti, aggravando quindi il problema della disinformazione online.

Regolare i contenuti creati dagli utenti attraverso algoritmi potrebbe minare la libertà d’espressione
La nuova direttiva pone anche un altro problema. Per capire quale, occorre dare un’occhiata all’Articolo 13 della nuova direttiva. Le industrie culturali e le imprese tecnologiche hanno interessi differenti quando si tratta di contenuti creati dagli utenti: le prime vogliono proteggere il proprio copyright, mentre le seconde il profitto generato quando contenuti coperti da copyright vengono condivisi sulle loro piattaforme. L’Articolo 13 prova dunque a stabilire un equilibrio tra le due parti, imponendo alle imprese in Internet di utilizzare degli algoritmi per assicurare che i contenuti generati dagli utenti non infrangano il copyright.

YouTube già paga le royalties agli autori dei contenuti quando, per esempio, qualcuno carica sulla piattaforma una canzone di Beyoncé. Il suo sistema di filtraggio, ContentID, identifica se qualcosa è coperto da copyright e chiede al suo proprietario cosa fare. Il contenuto può rimanere in rete gratuitamente, può essere cancellato oppure monetizzato con della pubblicità – il tutto grazie ad un algoritmo che compara il file caricato con uno di riferimento. Il problema è che YouTube paga solo una quota piccola e non negoziabile dei suoi ricavi pubblicitari al detentore del copyright,  che si tratti di un’etichetta discografica, di uno studio cinematografico o di un artista indipendente. Per le industrie culturali l’ideale sarebbe poter negoziare tale quota come fanno, ad esempio, con Spotify e altri servizi dello stesso tipo. La differenza, tuttavia, è che,  in confronto a Spotify e simili, non è YouTube a caricare per primo i contenuti, ma un qualche utente. Pertanto YouTube non è responsabile a priori di possibili infrazioni di copyright.

A YouTube sono serviti un decennio e milioni di dollari per sviluppare ContentID. Secondo la nuova direttiva europea, tutti i servizi simili dovranno implementare una tecnologia che funzioni più o meno allo stesso modo. È evidente che solo poche aziende possiedono le risorse finanziarie e tecnologiche di YouTube e della sua società madre Alphabet per sviluppare uno strumento del genere. Per quanto strano possa sembrare, ciò significa che la nuova norma potrebbe fallire clamorosamente. Invece di limitare il potere di YouTube di sfruttare i contenuti di altre persone – producendo quello che l’industria culturale definisce “Value Gap” – YouTube potrebbe (ulteriormente) consolidare il proprio monopolio.

Nel nome del copyright
Un problema non meno importante è che il sistema di filtraggio algoritmico è imperfetto. La proprietà intellettuale ammette alcune eccezioni come le citazioni e le parodie (e altre ancora meno chiaramente individuate). Il semplice utilizzo di un’immagine coperta da copyright – ad esempio per illustrare un articolo come questo – è vietato, ma l’utilizzo a scopo di parodia è consentito. Ma pure qui la situazione non è del tutto chiara, dal momento che anche la questione di ciò che viene parodiato e quale sia la relazione tra la parodia e il suo originale sono fattori della decisione. In tribunale questi interrogativi verrebbero dibattuti con l’ausilio di relazioni scritte da esperti e discutendo i limiti della legge applicabile. L’algoritmo, tuttavia, non conosce né considera i resoconti degli esperti, le valutazioni soggettive o gli espedienti legali.

In definitiva, l’automazione del controllo del copyright finirà col diventare una forma di censura che eliminerà sistematicamente ogni contenuto che, basandosi sulla legge vigente, ha  diritto di circolare. In questo momento ci troviamo nel nuovo episodio di una competizione le cui norme sul copyright vengono costantemente rafforzate mentre nuovi strumenti e pratiche del pubblico corrodono i concetti di autorialità e controllo. In molti hanno messo in guardia che, cambiando Internet a poco a poco, stiamo eliminando il suo potenziale di creare società più partecipative, innovative, creative e democratiche – tutto nel nome del copyright. Ma ne vale la pena?

Questo articolo è basato su un paper dell’autore sul tema del filtraggio algoritmico, disponibile qui. Articolo apparso originariamente in spagnolo e tradotto dall’inglese da Claudia Aletti. Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di tutto l’Ejo

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