Il pluralismo del giornalismo è a rischio anche in Svizzera

17 Dicembre 2018 • Etica e Qualità, Più recenti, Ricerca sui media • by

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I media svizzeri pubblicano sempre più spesso gli stessi contenuti: ecco cosa emerge da un’analisi comparativa automatizzata condotta dal Forschungsinstitut Öffentlichkeit und Gesellschaft (Fög) (Istituto di ricerca per la sfera pubblica e la società) dell’Università di Zurigo, inclusa nell’annuale report “Qualität der Medien – Schweiz”, dedicato allo stato di salute dell’informazione in Svizzera.  La pluralità giornalistica in calo è uno dei temi centrali dello studio: per la prima volta non sono state analizzate solo la molteplicità delle fonti o la varietà di cronaca all’interno di un unico medium, ma anche la varietà di cronaca all’interno dei sistemi di integrazione redazionale.

In Germania il trend delle redazioni centralizzate, attuato da case mediatiche come Funke, Madsack e Dumont, è già consolidato, mentre negli ultimi mesi queste forme di collaborazione stanno aumentando fortemente anche in Svizzera. Tamedia, la più grande compagnia mediatica elvetica, ad esempio, gestisce da inizio 2018 una redazione centrale per quotidiani e siti di news nella svizzera tedesca come il Tages-Anzeiger di Zurigo o la Berner Zeitung di Berna (e presto anche per la Basler Zeitung, messa in vendita dal politico di destra e imprenditore Christoph Blocher). Tamedia, inoltre, gestisce anche un’altra redazione centralizzata nella svizzera francese. I concorrenti di Tamedia stanno iniziando a seguire l’esempio cominciando a raggruppare redazioni: ad ottobre 2018, ad esempio, è partita CH Media, il risultato della fusione tra la NZZ Mediengruppre di Zurigo e la AZ Medien di Aarau. Entrambe le organizzazioni gestiscono ora in questo modo le loro testate regionali, con la creazione di una redazione mantello comune per i contenuti regionali della Luzerner Zeitung, del St. Galler Tagblatt (entrambi appartenenti al gruppo NZZ), così come per la Argauer Zeitung o la Basellanschaftliche Zeitung (entrambe di AZ Medien), mentre i contenuti locali continuano ad essere prodotti in modo autonomo.

Sempre più opinioni identiche
Di positivo c’è che, grazie a queste fusioni, molte regioni svizzere continuano ad avere un’offerta mediale quotidiana e attuale, riducendo così il rischio di propagare i „news deserts“, la scomparsa della flora giornalistica locale, come accade negli Usa, dove molte comunità non sono più servite dal giornalismo locale. Dai risultati dello studio emerge come la qualità dell’offerta delle singole testate sia rimasta intatta. Ciononostante, l’aumento delle collaborazioni redazionali chiaramente porta con sé anche alcuni sviluppi negativi. Il processo di confronto testuale automatizzato usato da Fög ha cercato sistematicamente tutti i testi “gemelli” (due o più versioni dello stesso testo), che poi sono stati confermati in base al coefficiente di Jaccard (con un totale di 8936 testi). Questo ha mostrato che proprio nel campo democraticamente sensibile della cronaca politica nazionale già il 54% degli articoli appare simultaneamente in almeno due dei 19 giornali esaminati. Questo non è semplicemente dovuto alla prassi di lavorare sugli stessi comunicati stampa, bensì una conseguenza diretta dell’unione sistematica tra redazioni, in quanto la parte di articoli condivisi tra media dello stesso consorzio è molto alto.

Un esempio: il Tages-Anzeiger, il Bund e la Berner Zeitung da quest’anno fanno parte della nuova redazione centrale della svizzera tedesca di Tamedia (Bund e Tages-Anzeiger avevano già collaborato in passato). Dopo l’introduzione della collaborazione più recente, il numero di articoli condivisi dai tre giornali è aumentato di 17 punti percentuali, arrivando al 55%. All’interno dei formati d’opinione come editoriali e commenti la quota di notizie identiche è persino passata dal 40% al 68%. Per la Svizzera questo è di maggiore importanza, anche politica, in quanto più volte all’anno si tengono le votazioni popolari. Prima delle votazioni, i detentori del diritto di voto di diverse regioni ottengono quindi sempre più spesso le stesse raccomandazioni di voto. Il pericolo di una cronaca uniforme nel mezzo di una crescente concentrazione mediatica è chiaramente aumentato.

La qualità delle notizie è tuttora alta, nonostante la decrescente varietà
Come da tradizione, l‘annuario ha verificato anche la qualità dell’offerta mediatica svizzera complessiva. I risultati indicano che la qualità delle notizie riportate dai 66 media d’informazione svizzeri è tuttora relativamente alta. Un sondaggio complementare, condotto in seno al rating della qualità dei media, mostra ad esempio come gli svizzeri attribuiscano a molte testate una buona qualità. D’altro canto, si nota anche che circa un terzo dei media non ha più lo stesso livello di qualità dell’anno precedente. Si riscontrano infatti perdite nella dimensione della varietà (quindi una varietà più ridotta nel mix di temi e punti di vista), ma anche per quanto riguarda il numero di posti di lavoro. Il taglio delle risorse nel settore dei media d‘informazione in Svizzera mostra i suoi effetti; non che si tratti di qualcosa di sorprendente, considerando che tra il 2011 e il 2016 è stato eliminato quasi un quinto dei posti di lavoro nei media cartacei e online, mentre nel settore delle pubbliche relazioni il numero di posti è aumentato in modo sostanziale.

I news-deprived non vogliono spendere per l’informazione
Il giornalismo informativo si deve confrontare, oltre che con la riduzione delle risorse, anche con il problema della diminuzione del suo pubblico. In Svizzera ci sono diversi tipi di consumatori di media, e chi che ne fanno un uso massiccio rappresenta, però, con un 10% del totale, una minoranza. In compenso, dal 2009, anno d’inizio di questo studio, è in aumento il gruppo dei cosiddetti news-deprived, tanto da essere ormai la categoria di media user più rilevante in Svizzera (36% in totale), mentre costituisce il 53% della fascia tra i 16 e i 29 anni. Il pubblico che fa parte di questo tipo di utenti, consuma poche news e quelle che consuma provengono normalmente da media d’informazione con un livello di qualità mediamente basso, innanzitutto tramite social media. Gli utenti news-deprived intervistati hanno dichiarato di interessarsi poco a politica ed economia, ma molto di più a nutrizione, fitness, musica e film. Dato che la disponibilità a pagare per l’informazione è direttamente collegata all’interesse per le notizie, con l’aumento dei news-deprived cresce proprio quel gruppo di utenti che è meno disposto a pagare per le news.

I dati sui “news deprived” in Svizzera

Nuova legge sui media: le proposte non vanno abbastanza lontano
Questi risultati giungono in un periodo in cui in Svizzera si continua a discutere intensamente sulla sua politica mediatica. Dopo la bocciatura, a inizio 2018, dell’iniziativa “No Billag”, che avrebbe rappresentato la fine del canone per il servizio pubblico, in Svizzera si discute ora di una nuova legge sui media. La proposta del governo prevede che il servizio pubblico sviluppi più offerte digitali e che anche i fornitori di servizi online privati possano essere sovvenzionati, anche se solo quelli specializzati in contenuti audiovisuali e solo con somme modeste. I risultati pubblicati nello studio suggeriscono che, di fronte a un contesto in cui il pubblico si allontana sempre di più dal giornalismo d’informazione, in cui non si è ancora trovato un business model per il giornalismo che possa funzionare anche in futuro, e in cui continuano a diminuire le risorse umane e finanziarie, le proposte per l’ampliamento delle sovvenzioni ai media nella nuova legge federale per i media elettronici non vanno abbastanza lontano, mettendo a rischio la possibilità di stabilizzare il giornalismo (digitale) in modo sostenibile. Anche questo è un motivo per cui il Fög e altri esperti d’economia, media e cultura, si sono organizzati e hanno voluto prendere posizione, all’interno della procedura di consultazione prevista dalla Confederazione per la nuova legge.

In primo luogo, le offerte giornalistiche online dovrebbero poter essere sovvenzionate nel complesso, non soltanto quelle specializzate in contenuti audiovisuali. In secondo luogo, servono somme più importanti come incentivi per gli attori mediatici privati, affinché la diminuzione della pluralità giornalistica in Svizzera possa essere arrestata. Per assicurare i mezzi per l’azienda di servizio pubblico Srg e per le sovvenzioni dirette ai media, è necessario, in terzo luogo, un adattamento del canone, che non dovrà più essere ridotto negli anni a venire. Infine, bisognerebbe pensare a come gli intermediari tecnologici e le piattaforme online globali possano contribuire al finanziamento dei media svizzeri, ad esempio tramite una tassa pubblicitaria. Le imminenti risposte ufficiali delle autorità e le seguenti discussioni in Parlamento mostreranno se e quanto gli interventi dalla sfera accademica possano davvero arricchire il dibattito. Questo sarebbe senz’altro auspicabile per la qualità e il futuro del giornalismo. Lo scambio collettivo di idee e le azioni collettive tra accademia e prassi giornalistica può in ogni caso continuare a dare il suo contributo a questo dibattito politico e mediatico, perlomeno per lo sviluppo di un’“alleanza illuminata”.

L’intero annuario così come diverse analisi riassuntive possono essere scaricate gratuitamente (in tedesco) qui: www.qualitaet-der-medien.ch. 

Una sintesi della ricerca in Italiano della ricerca è invece disponibile qui.

Articolo tradotto dall’originale tedesco da Georgia Ertz

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