La stretta sull’anonimato online che potrebbe ledere i diritti

9 Maggio 2019 • Digitale, Giornalismi, Più recenti • by

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Una proposta di legge alquanto controversa ha fatto capolino, nelle ultime settimane, su alcune testate internazionali riportando nuovamente l’attenzione sul tema dell’anonimato online. Il ministro delle comunicazioni austriaco Gernot Blümel, del partito popolare austriaco di centro destra OVP, ha infatti dichiarato che il governo avrebbe l’intenzione di eliminare l’anonimato in rete per arginare reati quali la diffamazione o, più semplicemente, insulti mirati e hate speech. Nella proposta di legge, chiamata “Diligence and Responsibility on the Web”, che, se realizzata, entrerebbe in vigore nel 2020, si prevede che gli utenti forniscano il loro nome, cognome e indirizzo di casa direttamente alla piattaforma o al sito sul quale commentano. Lo scopo primario è, dice Blümel, quello di poter fornire all’autorità giudiziaria o governativa – in caso di necessità – i dati identificativi dell’utente reo di aver commesso un illecito riconducibile alle fattispecie citate in precedenza. E la motivazione centrale è che “ciò che è richiesto nel mondo analogico dev’essere valido anche nel mondo digitale”, ha dichiarato Blümel.

Chi controlla e quali sanzioni commina?
Altra peculiarità della proposta di legge austriaca è quella di definire precisamente le sanzioni alle quali incorrono le piattaforme che non “controllano” il comportamento dei loro utenti: è infatti responsabilità di queste ultime sorvegliare e punire le irregolarità, pena una multa fino a 500mila euro. Coadiuvare le piattaforme spetterebbe all’Autorità austriaca delle comunicazioni, KommAustria. Per quanto riguarda le piattaforme internazionali operanti su territorio austriaco (una su tutte Facebook) dovrebbe inoltre essere dato nelle mani di un rappresentante, di fatto collegamento fra il governo e la piattaforma, la responsabilità di far sì che la legge sia rispettata (pena una multa fino a 100mila euro al soggetto). Le nuove norme si applicherebbero alle piattaforme aventi più di 100mila utenti registrati, un ritorno economico annuale di 500mila euro o che ricevono sussidi da parte del governo per più di 50mila euro. Sarebbe inoltre sempre nelle mani delle piattaforme anche la responsabilità di assicurarsi che i dati identificativi immessi dagli utenti per lasciare un commento online siano veritieri.

Questa considerazione solleva non pochi dubbi. Per fronteggiarli, una delle possibilità paventate dal governo è quella di fare ricorso alla cosiddetta “two factors authentication” (“autenticazione a due fattori”, nda), basata sia su dati identificativi sia sul numero di telefono personale. Dal 2017, infatti, è ormai obbligatorio fornire i propri dati identificativi per comprare una Sim card anche in Austria. Anche i forum sarebbero soggetti alle limitazioni proposte dalla proposta di legge e alcuni utenti della famosa piattaforma Reddit, hanno espresso alcune criticità in merito. La prima è quella derivante dall’impossibilità di commentare alcun contenuto online senza avere timore che, potenzialmente – anni dopo – questa azione possa portare a situazioni problematiche legali o in ambito lavorativo. Infatti, non è potenzialmente ciò che si afferma oggi ad essere un pericolo bensì ciò che potrà essere ricollegato alla nostra persona in un futuro anche prossimo – nel quale possono essere cambiate le posizioni politiche del governo, le credenze sociali o la concezione di senso comune.

Alcune eccezioni alla proposta di legge e “un possibile passo verso la censura”
Nonostante sia uno dei siti web che veicolano hate speech in Austria, unzensuriert.at, legato al partito austriaco della libertà di estrema destra populista – FPO, potrebbe essere esonerato dalla citata proposta di legge poiché “si vuole ridurre il potenziale onere che ricade su piattaforme, siti web e startup più piccole, altrimenti non in grado di essere conformi” ha dichiarato Blümel. Se la proposta di legge potrebbe effettivamente scoraggiare alcuni utenti dal diffondere potenziali discorsi d’odio, minacce o insulti anche di rilevanza penale, è necessario pensare però al rovescio della medaglia. Infatti, è possibile che siano proprio siti web di piccole dimensioni e con un basso numero di utenti registrati a essere i maggiori aggregatori di hate speech, rendendo così, di fatto, la legge controproducente.

Oltre alla già trattata e “semplice” questione del diritto alla privacy, vi è poi anche la concreta possibilità che le piattaforme o i siti web diventino una vera e propria miniera d’oro per hacker malevoli: un data breach operato su così tanti dati personali raccolti da piattaforme con più di 100mila utenti potrebbe avere delle ricadute potenzialmente devastante. Inoltre, l’avvocato Markus Dorfler sostiene che la proposta di legge messa in campo sia una limitazione di quella che è la libertà di espressione così come definita dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani. Anche numerosi politici dell’opposizione si sono dichiarati contrari alla proposta. Sigi Maurer, dei Verdi, ha visto utilizzare da parte della maggioranza alcune sue affermazioni come prova del bisogno impellente di una normativa a discapito dell’anonimato in rete. Maurer aveva infatti rilasciato alcune dichiarazioni in merito ai post sessisti che spesso si ritrovano su piattaforme social come Facebook, ma ha poi fatto sapere che, “il governo ha abusato del mio caso per spingere all’approvazione di una legge che di fatto censura la libertà di espressione”.

Mario Lindner (Partito Socialdemocratico, SPO), come riportato dal quotidiano Der Standard, ha invece aggiunto come la proposta del governo non possa essere una soluzione alle sfide che il mondo digitale ci mette davanti e che l’anonimato non è il mezzo che le persone fattivamente utilizzano per insultare o diffamare online. Molto critica la reazione dell’ISPA (Internet Service Providers Austria) che ha affermato come le condizioni di uguaglianza auspicate da Blümel, ovvero che ciò che vale nel mondo reale deve valere anche in quello digitale, sono irrealistiche proprio perché nella realtà non viene richiesto un documento di identità per potersi esprimere liberamente.

In Italia si parla di “anti trolling” ma forse si sottovaluta il problema
Sebbene la questione dell’anonimato online non sia nuova, questa appare ciclicamente come un tema di dibattito. In Francia, quest’anno, il Presidente Macron ha suggerito la possibilità di bannare i commenti anonimi postati sui social media e l’Italia non è da meno. In un recente articolo apparso su La Stampa, si fa riferimento a una proposta di legge del deputato Andrea Ruggieri (Forza Italia) volta a sacrificare l’anonimato in cambio della sicurezza di soggetti deboli, anche minori. La proposta, denominata “Nuove disposizioni in materia di tracciabilità degli account social” propone di abbinare i dati identificativi dell’utente con il codice fiscale, così da avere – secondo Ruggieri – contezza di chi effettivamente scriva determinate affermazioni o pubblichi contenuti o notizie false.

Al momento dell’iscrizione a una piattaforma social, secondo Ruggieri, sarebbe d’obbligo per queste “richiedere contestualmente, oltre ai dati anagrafici del soggetto iscritto, anche il codice fiscale e la copia fotostatica in digitale dello stesso”. Alla proposta di legge, su Twitter, ha risposto Stefano Zanero, Professore associato del Politecnico di Milano ed esperto di sicurezza informatica, con un lungo thread su Twitter, in cui il ricercatore ha sottolineato come le proposte di legge sul tema dell’anonimato online, secondo lui non realistiche e invece pericolose, arrivino da partiti politici molto diversi fra loro e che vi sia ancora molta confusione in merito al reale oggetto del problema, molto spesso un insieme di questioni molto spinose.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di tutto l’Ejo

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