Marco Gualazzini e il fotogiornalismo oggi

29 Maggio 2019 • Giornalismi, Più recenti • by

Marco Gualazzini

Quella del fotoreporter è una professione unica, spesso romanzata nell’immaginario comune. Il fotoreporter, solo con il suo obiettivo, va contro tutto e tutti per raccontare gli aspetti più sconosciuti del mondo e dell’umanità, toccando con mano le realtà più estreme. Ma concretamente, in un settore in crisi e alle prese con budget ristretti, cosa vuol dire davvero fare il fotoreporter? Lo abbiamo chiesto a Marco Gualazzini, pluripremiato fotografo parmense che quest’anno si è aggiudicato il prestigioso premio World Press Photo con uno scatto realizzato in Ciad. Gualazzini si definisce un fotografo a 360 gradi, che si occupa di reportage così come di fotografia commerciale, ma conservando sempre un linguaggio autoriale e spontaneo, che lasci spazio alla sua creatività. Si identifica a tutti gli effetti, insomma, come fotogiornalista, ed è proprio della vita del fotogiornalista che ci ha parlato.

Oggi, soprattutto in Italia, non si fa altro che ripetere che il giornalismo è in crisi, che professioni come quella del fotoreporter sono sempre più difficili e che è addirittura impossibile vivere di questo mestiere. Puoi confermare che le cose stiano in questo modo o credi che ci sia un po’ di esagerazione riguardo a questo tema?
“Di base è vero: è difficile. È un momento difficile però lo è ormai da diversi anni. Quando ho iniziato a fare fotogiornalismo ricordo che andai a vedere James Natchwey che presentava Inferno a Reggio Emilia e gli fecero la stessa identica domanda. Eravamo agli inizi del 2000 e lui disse: ‘Sì è vero, però eccomi qua’. Non voglio paragonare me e lui, ma anche io dico: è vero, ma eccomi qua”.

Come sei riuscito allora ad arrivare sin qui? Che possibilità ci sono per i fotoreporter e cosa serve per sopravvivere in questo settore e riuscire a farne un mestiere?
“Perseveranza. È una gara a lungo termine. Tranne che in alcuni casi, l’idea del fotogiornalismo tradizionale, dell’inviato vecchio stampo che prendeva, partiva, faceva  un servizio, tornava e poi ripartiva per un’altra parte del mondo, sembra che sia un po’ superata. Perché i giornali in linea di massima, in Italia più che mai, ma anche all’estero, non sono più in grado di sostenere tali spese. Sicuramente ci sono realtà che resistono, io per esempio collaboro da diverso tempo e con bei risultati con il Giornale.it, che con la sua iniziativa di crowdfunding InsideOver sostiene concretamente i reporter. Questa è sicuramente una bella novità che finalmente ci dà un po’ di fiato con la copertura delle spese. Se non ci sono queste realtà bisogna mettere in fila una serie di clienti, non solo singoli giornali, ma anche organizzazioni e Ong, e accedere a qualche bando di concorso. Rispetto a prima c’è più concorrenza nel mondo dell’informazione: prima c’erano meno giornali, meno concorsi ed era un campo più ristretto”.

“Poi questi attori hanno cominciato a proliferare e ora, in un momento di crisi, ci sono paradossalmente più opportunità. Certo bisogna saperle sfruttare. I concorsi ora chiedono sempre più, al di là dell’idea, della foto, del testo o del video, come abbiamo intenzione di proporre il reportage. Vogliono una proposta di format originale. La doppia pagina su un quotidiano non attira e bisogna ingenerarsi nel trovare nuove forme, nuove tecnologie. È sicuramente interessante ed è una strada che bisogna tenere monitorata, ma non è ciò che più mi fa impazzire. Io sono un po’ vecchio stampo, un po’ restio ad approcciarmi a certi concorsi che richiedono cose che esulano dal fotogiornalismo nudo e puro. Anche gli stessi video, per quanto li faccia e provi un interesse nello sperimentarli, per me sono l’esatto opposto della fotografia. Un flusso di immagine contro la singola immagine congelata. Già passare al video è un po’ una forzatura per me. Insomma forse ci sono più possibilità ora che in passato, ma implicano che si debba essere più flessibili e a volte esulare da quello che si vuole fare davvero”.

Credi che una maggiore collaborazione a livello internazionale nell’industria mediatica potrebbe aiutare a migliorare le condizioni del settore? Insomma uscire dai confini nazionali potrebbe essere una strada da seguire?
“Io credo che un miglioramento dovrà per forza esserci in ogni caso. Questo è un momento di transizione: non siamo ancora arrivati da nessuna parte, ma non siamo più quello che eravamo prima. Non potrà essere così per sempre. Quella dell’internazionalizzazione è la strada che per esempio sta seguendo InsideOver, che fino alla due settimane fa si chiamava Gli Occhi della Guerra. Si è reinventato con un nuovo nome e un nuovo sito che pubblica sia in italiano che in inglese e ha cominciato a lavorare con molti collaboratori da tutto il mondo. Per il lancio del nuovo sito ha anche riabbracciato la carta stampata e ha pubblicato un magazine bilingue che, con le foto mie e di altri fotoreporter e gli articoli di grandi giornalisti internazionali, prova a parlare del mondo al mondo”.

“Questa iniziativa può sicuramente aiutarci a dare risonanza internazionale a notizie che già nascono come internazionali, e che affrontano tematiche che di sicuro non hanno importanza solo entro i confini italiani. Anche il lavoro sul Ciad, per esempio, è stato pubblicato anche in inglese. È come il Word Press Photo: è utile nel momento in cui fa da volano, amplia la diffusione, dà risonanza. In Italia poi c’è questo problema di un ambiente un po’ divisivo: nell’informazione abbiamo la puzza sotto il naso perché i giornali sono di destra piuttosto che di sinistra. Ma sono cose che ormai fanno un po’ ridere, e quello che facciamo a InsideOver è proprio la dimostrazione che invece certe notizie o un certo tipo di approccio alle notizie sono davvero super partes”.

Il progetto sul Ciad che hai menzionato ha ottenuto importanti riconoscimenti: il tuo scatto ha vinto il WordPress Photo e il tuo collega Daniele Bellocchio si è aggiudicato il premio giornalistico Lucchetta. Come è nato questo progetto? Che obiettivo ha?
“Il Ciad fa parte di un percorso. Io lavoro prevalentemente, e ormai da diversi anni, con Daniele e copriamo soprattutto crisi umanitarie africane. Uno dei temi sui quali ci siamo sempre concentrati è l’infiltrazione islamista nell’Africa Subsahariana. Abbiamo parlato di Al-Shabaab in Somalia, Ansar Dine in Mali, Boko Haram in Nigeria. Proprio seguendo le tracce di Boko Haram siamo arrivati al Ciad. Il fatto è che quando racconti l’estremismo islamico non racconti il nemico, racconti le conseguenze che si lascia dietro. E le conseguenze di questa islamizzazione in Nigeria si ripercuotono sul Ciad”.

“Negli ultimi 50 anni il bacino del lago Ciad ha perso quasi il 90% della propria superficie. Questo ha creato degli sfollati interni, quasi 2 milioni e mezzo, che diventano poi facili prede per gli estremisti. Non hanno una casa, non hanno cibo, non hanno acqua, perché la poca che c’è è spesso infetta. Con poche pagaiate, su una piroga, dalla Nigeria quelli di Boko Haram raggiungono il Ciad, dove reclutano queste persone che non hanno un futuro e neanche un presente. Non hanno niente a cui aggrapparsi e loro possono rapirli, costringerli ad arruolamenti, lavori o anche matrimoni forzati, o addirittura convincerli ad arruolarsi volontariamente solo per poi utilizzarli al fine di attacchi kamikaze. Siamo arrivati a parlare del Ciad attraverso un percorso che seguiamo in modo metodico da ormai quasi dieci anni. Perché oggi uno dei modi per sopravvivere in questo mestiere è forse quello di rimanere focalizzati su un tema, cercare di diventare degli specialisti, dei referenti a livello sia nazionale che internazionale”.

“Io assolutamente non mi ritengo un africanista, c’è chi fa questo mestiere in maniera più seria di me. Ma in qualche modo se guardi le mie fotografie capisci su che cosa mi sono concentrato nell’ultimo decennio. Perciò se un’organizzazione o un giornale ha bisogno di qualcuno che sviluppi una storia in quei luoghi sa che può rivolgersi a me. Il caso del Ciad poi è particolare e probabilmente ha avuto successo perché racchiude diverse problematicità: il cambiamento climatico, l’estremismo islamico e il governo totalitario (in Ciad vige un regime dagli anni Novanta). Il modo in cui abbiamo raccontato il Ciad è risultato vincente perché tocca temi tutti molto importanti e sensibili al giorno d’oggi, e che sono racchiusi tutti in una grande crisi umanitaria”.

Una grande crisi umanitaria di cui si parla poco qui in Occidente, concordi?
“Fondamentalmente si parla poco di tutte le storie che io e Daniele seguiamo. L’Africa è sempre un po’ una cenerentola delle notizie. Nel 2012, realizzai un reportage sulla guerra civile in Congo, che fu premiato dal Getty Grant e dal premio Lucchetta, e più o meno nello stesso periodo scoppiò un’altra guerra civile in Africa Centrale. Due nazioni diverse, motivi diversi, ma quando lo proposi a un giornale con cui collaboravo spesso, mi dissero che non potevano pubblicarlo perché avevano appena pubblicato la storia del Congo e alla fine cosa cambia? Forse oggi le storie che interessano sono più quelle che hanno una ripercussione sulla nostra economia, come il Medio Oriente, dove c’è di mezzo il petrolio, cose che hanno un effetto sui quattro soldi che abbiamo in banca. È brutto parlare di notizie di serie A e di serie B, di crisi di serie A e di serie B, però l’Africa è un po’ sempre il fanalino di coda. Perché non ha ripercussioni sul nostro vivere quotidiano. Ma a me va bene, sono anche contento di occuparmi di qualcosa di cui gli altri non si occupano”.

Com’è conoscere queste realtà? Sei preparato a ciò che troverai o qualcosa oltrepassa la barriera dell’obiettivo e torna a casa con te?
“I miei genitori mi hanno sempre portato fin da piccolo a visitare Paesi in via di sviluppo, a dieci anni ho visto la Calcutta di Madre Teresa, a sei ho visto Haiti. Quindi è una realtà che in qualche modo ho sempre conosciuto. Però no, non puoi mai essere preparato. Poi ogni realtà è diversa: alcune ti toccano di più altre di meno. Cambia anche in base al modo in cui ti rapporti tu a queste realtà. Io ho un rapporto molto profondo col Congo e ogni volta che vengo via lo faccio con un nodo in gola importante, perché mi sembra di lasciare degli affetti. Ad esempio in Nigeria invece abbiamo fatto fatica a creare dei rapporti umani, quindi è stato diverso e sono andato via, più che col magone, amareggiato. Ma essere preparati no, e quando vieni via ti porti sicuramente appresso delle cose che in un qualche modo ti riportano con i piedi per terra. Viviamo lobotomizzati dai social network e da una vita fittizia e spesso superficiale, e quando hai la fortuna di affacciarti e avere un ruolo in questi mondi ti rendi conto che la vita ha un altro valore, un’altra dimensione”.

“Domenico Quirico insegna che il peccato più grave che possiamo commettere in quanto reporter è rendere noi stessi i protagonisti delle nostre storie. Insomma io mi lascio dietro degli affetti, porto con me delle sensazioni, ma non posso dire che è stato difficile. Difficile per chi? Sono qua con un telefono che costa quasi mille euro a parlarne tranquillamente, mentre quelle persone sono ancora lì sul lago Ciad o nel Kivu, senza elettricità, senza roba da mangiare. Quindi i protagonisti davvero non siamo noi, sono loro, sono i missionari che gli dedicano un’intera vita in maniera totalizzante. Noi andiamo lì un mese, quindici giorni, ci affacciamo e poi torniamo qua”.

Che progetti hai in mente ora? Quali sono le storie che ora secondo te vale la pena raccontare?
“Non saprei dire che cosa valga la pena raccontare. Quello che so è che io vorrei tornare in Congo. Lì ci sono delle problematicità che forse ‘non vale la pena raccontare’, ma io sento la necessità di farlo. Lo faremo con InsideOver ed era già in programma, poi col World Press Photo e tutto il resto abbiamo dovuto posticipare. Alla fine io credo che valga la pena raccontare qualunque cosa in cui crediamo prima di tutto noi stessi. Non si può stare troppo appresso agli umori dei giornali. Al Premio Lucchetta io e Daniele eravamo a tavola con dei giornalisti assunti di alcune grandi testate, come Il Sole 24 ore o Repubblica, e parlavamo di queste stesse cose. È venuto fuori il discorso della Somalia e del Ciad, di quanto è costato produrli. E uno di questi giornalisti, che lavora assunto per una delle maggiori testate, forse la prima, in Italia, mi dice: ‘per noi al giorno d’oggi sono cambiate le cose. È al limite dell’impossibile realizzare dei servizi che hanno prezzi di produzione di questo tipo’. Ed è stata una delle prime volte che mi sono sentito appagato fino in fondo, e mi è venuto da dirgli: ‘non ti preoccupare, pensiamo noi a occuparci di queste cose. Voi, i giornali, non potete farlo, ci pensiamo noi'”.

“Lo facciamo facendo gli acrobati, lo facciamo mettendo insieme mille cose diverse, però lo facciamo. Tiriamo le fila di queste storie e produciamo quello che oggi la maggior parte dei media non può più permettersi di produrre. Siamo noi a fare l’informazione. Un giornale preferisce comprare un reportage a 10 piuttosto che produrlo a 100. Ma nel momento in cui io riesco a trovare quei 100, a produrre il lavoro e i giornali si limitano a comprarlo, allora sono io che sto facendo l’informazione. Poi per carità, questa è una visione molto romantica. La realtà è che il mio lavoro è fatto di costanti mal di testa e sanguinamenti di fegato”.

Questo pezzo viene pubblicato in occasione del lancio di InsideOver, la nuova iniziativa internazionale de ilGiornale.it per la pubblicazione di reportage e notizie di esteri attraverso il crowdfunding

 

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