La risposta alle “fake news” è il soft power

26 aprile 2018 • Etica e Qualità, Più recenti • by

Kayla Velasquez / Wikimedia Commons

Negli ultimi anni in molti Paesi il processo politico – e la coesione sociale – sono stati minacciati da varie forme di disinformazione, a volte definite in modo inadeguato e onnicomprensivo come “fake news”. Alla disinformazione a fini politici o a scopo di lucro si attribuiscono, fra le altre cose, la decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione europea e l’elezione di Donald Trump alla Presidenza Usa.

La disinformazione assume molte forme e può essere guidata da diversi fattori: i governi, ad esempio, potrebbero cercare di sovvertire i processi politici di altri Paesi; le persone possono pubblicare informazioni false e costruite ad hoc mascherandole da notizie pubblicate a scopo di lucro e i politici, infine, possono mentire al loro stesso elettorato, vedendo poi le loro bugie venire amplificate dai media, dagli attivisti di parte o essere diffuse in lungo e in largo attraverso i social media e altre piattaforme.

Tutti questi problemi sono seri e molti hanno chiamato in causa le autorità perché li affrontino. Una domanda, però, rimane: come? Solo una piccola parte di ciò che troviamo online è chiaramente classificabile come “vero” o “falso” e molte di quello che le persone ritengono “fake news” sono per lo più mere forme di giornalismo scadente o di dibattito politico estremamente di parte. Nelle società aperte alla diversità, dove è possibile essere in profondo disaccordo anche su questioni molto importanti, la disinformazione è difficile da definire in modo chiaro e oggettivo. Di conseguenza, è anche difficile indirizzare con precisione la risposta che i governi dovrebbero dare.

Nonostante ciò, alcuni stanno andando nella direzione della regolamentazione dei contenuti, provando a bandire le “fake news”; altri, come avvenuto in Italia, stanno invece incaricando le forze dell’ordine, o addirittura i servizi militari e di sicurezza, di combattere la disinformazione. Queste sono risposte basate sull’hard power e fondate sull’abilità di comando dello stato e sulla sua capacità di agire in modo diretto. Di norma, si tratta anche di risposte problematiche, specialmente quando l’obiettivo è poco chiaro.

La regolamentazione dei contenuti – anche quando problematici o scomodi – fa spesso parte del dibattito politico, ma puzza di censura ed è in conflitto con la libertà d’espressione. Chiedere al ramo esecutivo di controllare direttamente il discorso pubblico e stabilire cosa sia accettabile si scontra direttamente col diritto fondamentale dei cittadini di ricevere e fornire informazioni e punti di vista senza interferenze da parte delle autorità pubbliche. Chiedere alle aziende tecnologiche di regolamentare i discorsi sulle proprie piattaforme senza definire in modo chiaro come esattamente dovrebbero farlo – e a chi i cittadini possono appellarsi – significa semplicemente privatizzare il problema. Questa risposta rischia di essere una cura proposta sia peggiore del male.

Potere: hard e soft
Fortunatamente, l’alternativa alle risposte hard power non è l’inazione e persino negli Usa in pochi credono che il mercato possa risolvere da sé il problema. È chiaro che dovremmo fare qualcosa per proteggere le nostre società aperte e permissive e allo stesso tempo la pluralità dell’ambiente mediatico da chi vuole abusarne o minacciarlo. Per queste ragioni, l’alternativa alle crude risposte hard power è un approccio soft power.

Il termine soft power è stato coniato dallo studioso di relazioni internazionali americano Joseph N. Nye per definire quel tipo di potere che mira a creare una situazione in cui una serie di differenti attori cooperano per affrontare un problema, spesso attraverso un’azione multilaterale. Esso si oppone alle più vecchie forme di hard power, applicate in maniera più diretta e spesso unilaterale. Negli Esteri, un esempio di soft power è formare una coalizione per impedire all’Iran di sviluppare armi nucleari. Un processo certamente più noioso e complesso, ma fin qui efficace. Hard power, al contrario, è l’invasione dell’Iraq: una soluzione più drammatica e immediatamente gratificante per quanti credono fermamente che “bisogna fare qualcosa”.

Ma i danni collaterali sono molto più alti e i successi non altrettanto certi: l’hard power costringe gli attori a fare (o a non fare) determinate cose. Il soft power, al contrario, li ricompensa per una collaborazione costruttiva, come ha fatto notare Nye, e in un mondo ancora più complesso e caratterizzato da interdipendenze crescenti, il soft power è sempre più centrale nel modo in cui ci approcciamo alle più importanti questioni del nostro tempo come il cambiamento climatico, la migrazione e la proliferazione nucleare.

Oggi, l’Europa ha la possibilità di mostrare che il soft power può anche fornire una risposta efficace alla disinformazione. Provare a definire – e fermare – la disinformazione sarebbe problematico. Un approccio di gran lunga migliore per la Commissione Europea e gli stati membri dell’Ue è quello di incoraggiare e supportare la collaborazione fra i diversi stakeholder che devono affrontare i problemi connessi alla disinformazione. Questo deve partire da un impegno condiviso verso la libertà di espressione e il diritto di ricevere e fornire informazioni e punti di vista.

Lavorare insieme
Se le organizzazioni mediatiche, i ricercatori e e le aziende lavorano insieme, possiamo accrescere la resistenza alla disinformazione investendo nei media e nell’educazione all’informazione, possiamo rafforzare la produzione di informazioni attendibili, capire meglio le minacce imminenti, limitare la diffusione online di informazioni nocive e aiutare le persone a trovare notizie di qualità.

Nel frattempo, il ruolo dei governi e di istituzioni come la Commissione europea – in un simile approccio soft power – dovrebbe essere quello di incoraggiare e supportare la collaborazione per contrastare la disinformazione e accrescere la resilienza, non provare a usare l’hard power per reprimere un problema non ben definito e forse fisiologicamente non chiaro. Come molte altre strategie di soft power, anche questa suona certamente più complessa e non genera titoli in prima pagina come altre azioni unilaterali, quali l’investimento di 120 milioni di dollari per combattere la propaganda russa da parte del Congresso Usa o come il lancio di iniziative di fact-checking gestite direttamente dalle autorità pubbliche.

Perché un approccio soft power alla disinformazione funzioni è fondamentale che tutti gli stakeholder lavorino effettivamente insieme e che le autorità pubbliche si concentrino prima di tutto sul ricompensare tali collaborazioni. Questo è precisamente il tipo di approccio invocato dal recente report del Consiglio europeo sulla disinformazione. Se non funziona, le risposte dure potrebbero essere le uniche rimaste. Ma auguriamoci che non sia così.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta. Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su The Conversation.

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